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domingo, 22 de mayo de 2016

USA y su temor nuclear en Asia

"La retórica despreocupada de EE.UU., que pone en duda el compromiso de Washington con la seguridad en general y la disuasión nuclear en particular, estimula a los estrategas de Tokio a desarrollar estrategias de cobertura", indica al respecto Patrick Cronin, investigador del Centro para la Nueva Seguridad Estadounidense. Tales conversaciones, señala Michael Crowley, les parecen sorprendentes a los expertos estadounidenses sobre Japón, que siempre creyeron que el país asiático se mantendría sin arsenal nuclear. Algo similar ocurre en Corea del Sur: una encuesta de 2013 mostró que dos tercios de la población apoyan el desarrollo de armas nucleares en respuesta a la "amenaza del Norte"

L'Europa disgragata

EUROPA L’Europa disgregata e le risposte dell’economia Luca Ricolfi Sono ormai passati più di sedici anni da quando, nel marzo 2000 a Lisbona, il Consiglio Europeo ebbe a proclamare che l’Europa ambiva a «diventare l’economia basata sulla conoscenza più competitiva e dinamica del mondo, in grado di realizzare una crescita economica sostenibile con nuovi e migliori posti di lavoro e una maggiore coesione sociale». Quelle parole, pronunciate nel cuore dell’ultimo lungo periodo di crescita ininterrotta del Pil mondiale (il dodicennio 1995-2007), suonano oggi vagamente fuori luogo e fuori tempo. Nel periodo che ci separa dai sogni di Lisbona l’economia della Cina è cresciuta a un tasso medio annuo che sfiora il 10%, l’India al 7%, l’Africa oltre il 5%, l’America latina oltre il 3%. Quanto alle economie moderne, più o meno «basate sulla conoscenza», la crescita media ha superato di poco il 2%, ma con una chiarissima e netta gerarchia fra le varie aree dei Paesi Ocse: i Paesi extraeuropei sono cresciuti al 2,9%, i Paesi europei senza euro al 2,5%, i Paesi europei dell’Eurozona all’1,5% scarso, un ritmo che confina pericolosamente con un regime di stagnazione. Il nucleo dell’Europa, quello che ha fondato la Comunità europea e promosso la nascita dell’euro, pare diventato l’area «meno dinamica del mondo». Su questo insuccesso economico dell’Europa si sono innestati i due grandi drammi che, da qualche anno, vanno stabilmente in scena nelle nostre vite: la crisi della Grecia e l’ondata migratoria. Due drammi che una classe dirigente europea divisa e confusa non pare minimamente in grado di affrontare. Se questo è quel che è successo e sta succedendo, non possono stupire più di tanto i risultati del dossier sull’opinione pubblica europea, curato dalla Fondazione David Hume, che Il Sole 24 Ore pubblica oggi. Quel che colpisce, tuttavia, non è solo la forza delle correnti euroscettiche, ma quanto lontana nel tempo sia la loro origine. Un’occhiata alla traiettoria dell’euroscetticismo mostra nitidamente che la svolta nell’opinione pubblica non è avvenuta negli ultimi anni, sotto la pressione della crisi economica e dei flussi migratori, ma risale grosso modo agli anni della dissoluzione dell’impero sovietico. Se il primo decennio dell’Unione europea (dal 1979 al 1989) è stato un periodo di consenso crescente alle istituzioni comunitarie, i 25 anni successivi, pur fra qualche oscillazione, sono stati anni di crescita dei sentimenti antieuropei, soprattutto nelle loro espressioni e varianti di destra. E alla crescita dei sentimenti si è accompagnata l’ascesa di decine di partiti più o meno xenofobi e populisti, più o meno antisistema, ma sempre invariabilmente accomunati dall’ostilità nei confronti della costruzione europea, degli immigrati, della burocrazia di Bruxelles. Sulle cause generali di questa evoluzione (o involuzione) dell’opinione pubblica europea c’è un relativo accordo fra gli studiosi, ma si tratta di un accordo generico e non privo di sfumature e contrasti (vedi in proposito l’interessante analisi di Daniel Gros, pubblicata sul Sole 24 Ore il 19 maggio). Nessuno nega che la globalizzazione, la crisi economica, le ondate migratorie, le divisioni dei politici europei su tutte le materie calde (dalla politica economica alla questione delle frontiere) abbiano avuto un ruolo significativo nel disamorare le opinioni pubbliche dei vari paesi, ma nessuno sa ancora con ragionevole certezza quale sia stato l’ingrediente, o il cocktail di ingredienti, che ha avuto il ruolo decisivo nello smantellare il sogno europeo. Quale che sia stato il mix che ha fatto deflagrare la crisi europea, almeno un punto pare incontrovertibile: la classe dirigente europea, la stessa che 16 anni fa aveva baldanzosamente enunciato la strategia di Lisbona, non pare altrettanto disponibile ad enunciare una diagnosi, un bilancio, un resoconto disincantato. Sanno di aver fallito, perché è solo nel cuore dell’Europa che l’economia non è ancora uscita dalla crisi, ma non paiono interessati ad interrogarsi su che cosa non abbia funzionato. Eppure è di questo che i popoli europei avrebbero un disperato bisogno, per poter pensare il futuro, un futuro che non sia fatto solo di incertezza. Se, a dispetto del permanente lamento per la crisi, il resto del mondo ha ripreso a crescere e l’Europa ancora balbetta, è inevitabile chiedersi: perché? Sappiamo che le risposte a questa domanda sono numerose e divergenti. C’è chi invoca minore austerità, e pensa che ancora un po’ di debito faccia bene all’economia. C’è chi vorrebbe mettere in comune il debito pubblico europeo. C’è chi, tutto al contrario, crede che solo con bilanci in ordine potremo tornare a crescere. C’è chi pensa che la chiave di tutto siano gli investimenti pubblici. C’è chi si aspetta che la salvezza venga dai tedeschi, quando si decideranno a fare debito e aumentare i salari. C’è chi fa notare che le tasse sono troppo alte, e chi sottolinea che il welfare europeo è divenuto insostenibile. Per non parlare della crisi dei migranti: c’è chi vorrebbe rimandarli a casa, e chi vorrebbe tenere le porte sempre aperte; c’è chi vorrebbe proteggere le frontiere esterne dell’Unione, e chi pensa che l’imperativo numero uno sia salvare vite umane in mare. Il guaio è che tutte queste opinioni non dividono solo o tanto cittadini e studiosi, ma dividono innanzitutto i politici europei. E la divisione crea paralisi, frustrazione, senso di impotenza. Sentimenti che un’uscita del Regno Unito dall’Europa non potrebbe che rafforzare. Ecco perché i contrasti e i silenzi dei nostri governanti sono inquietanti. Possiamo non sapere quale sia la diagnosi giusta. Ma almeno un paio di cose le sappiamo. La prima è che la disgregazione dell’Europa non è la soluzione. La seconda è che una diagnosi condivisa, che permetta di formulare una politica coerente, è la condizione minima per restituire un po’ di speranza ai popoli europei

como los bancos crean dinero de la nada


A raíz de la iniciativa de Islandia de eliminar el poder de la banca privada para crear dinero, ha surgido nuevamente el tema de la creación de dinero por parte de la banca privada sobre el cual, a la luz de los comentarios, se desconocen algunos puntos claves que intentaré despejar en este post.
En la mayoría de los textos de economía y finanzas existe la noción de que la banca es un simple intermediario entre depositantes y prestatarios. Esta noción está tan arraigada en el adn financiero y económico que se considera que el dinero es completamente neutral en la economía. Sin embargo, la realidad es muy diferente y en este post intentaremos una primera aproximación a un tema que es poco conocido pero que tiene grandes consecuencias en el desarrollo de los ciclos de auge y caída del sistema financiero.

Karl Marx dedica un importante capítulo en el tercer tomo de 7 Capital a El capital ficticio, como un capital (el financiero) carente de valor real, y desencadenante de las crisis del capitalismo. 

Schumpeter, von Mises y Keynes también hicieron hincapié en este tema para comprender la naturaleza del dinero y el papel de los bancos en el mundo de hoy. Sin embargo, este es un tema largamente silenciado pese a estar en los orígenes de todas las crisis financieras.
Hay que admitir que si bien decir que "los bancos crean dinero de la nada"resulta una exageración que puede inducir a engaño a los no iniciados, hay que apuntar que los bancos crean dinero a partir de algo. La pregunta es, ¿qué es ese algo?, y ¿que hay de malo en ello?
La respuesta es que los bancos crean dinero sobre la base de las promesas de sus prestatarios para pagar. En muchos textos de economía y finanzas se hace creer que los bancos simplemente toman el dinero de los ahorradores y lo prestan a los prestatarios. Esta es una visión bastante errónea. Incluso la Reserva Federal, en sus propias publicaciones (Modern Money Mechanics Mecánica del dinero moderno, explica el proceso de la creación de dinero:
El proceso real de creación de dinero se lleva a cabo principalmente por los bancos privados… Los pasivos de los bancos son aceptables como dinero. Estos pasivos son las cuentas de los clientes, que aumentan cuando el banco concede préstamos que se acreditan en las cuentas de los prestatarios... Este atributo exclusivo del negocio bancario fue descubierto hace muchos siglos. Comenzó con los orfebres... Fueron los primeros banqueros que inicialmente prestaban el servicio de custodia, y obtenían beneficios por almacenar en sus bóvedas el oro y las monedas de los ahorrantes. Cada vez que la gente necesitaba oro o monedas para comprar algo, canjeaba un "recibo de depósito". Con el tiempo, encontraron que era mucho más fácil utilizar directamente los recibos de depósito como medio de pago. Estos recibos eran aceptados como dinero ya que quien los tenía podía ir al banco y cambiarlos por dinero metálico... Entonces, los banqueros descubrieron que podían hacer préstamos simplemente dando sus promesas de pago, o billetes de banco, a los prestatarios. De esta manera, los bancos comenzaron a crear dinero.

Operatoria de la creación de dinero

Los bancos tienen dos funciones principales. Actúan como depositarios en la reasignación de fondos de los ahorradores a los prestatarios y en la emisión de préstamos que monetizan las promesas de sus prestatarios. En este punto, la banca puede crear dinero de buena fe, cuando presta en base a depósitos existentes, y de mala fé, cuando lo hace sobre depósitos inexistentes.
 En la siguiente htabla podemos ver qun depósito de 100 euros en un banco que mantiene una tasa de reservas del 10 por ciento. El banco puede prestar 90 euros, y ese nuevo depósito de 90 euros da curso a nueva reserva de 9 euros y nuevo préstamo de 81 euros. Al final de la cadena y cuando la suma de reservas alcanza los 100 euros iniciales, la banca ha creado 900 euros. De esta forma, si la tasa de reservas es de 10 por ciento, la banca multiplica por 10 el depósito inicial convirtiéndolos en 1000 euros. El multiplicador monetario (m) es el inverso de las reservas bancarias (r): m=1/r
Creacion Dinero 10pc
Esto es lo que se conoce como la Expansión Monetaria, y que tuvo gran protagonismo en la incubación de la crisis que estalló el año 2008. Como gran parte de la banca no tiene exigencias de mantención de reservas, los bancos pueden manejar a su arbitrio la creación de dinero. Consta que Citibank y Goldman Sachs mantenían reservas menores al 1 por ciento de los depósitos. Un depósito de 1 millón de dólares se convertía, a través del multiplicador monetario, en 100 millones de dólares. En la siguiente gráfica vemos la expansión monetaria ante diferentes tipos de reserva. La tasa de reservas del 10 por ciento resulta la más conservadora, la tasa del 1 por ciento es la más expansiva.
Creacion De Dinero
Uno de los mecanismos más empleados en la creación de dinero lo constituyen las inversiones inmobiliarias. El auge inmobiliario deviene justamente de la artificiosa creación de dinero por parte de la banca. Cada préstamo de 100 mil euros por parte de la banca, impulsa la expansión del ciclo económico y cuando se convierte en pandemia desata una burbuja que se acelera hasta que estalla por su propia insostenibilidad.
Cuando esto ocurre es porque los bancos no han prestado de buena fe y porque se han excedido en sus atribuciones de otorgar préstamos. Por otra parte, en los períodos de auge, surge la insana competencia de prestar dinero a personas que no tienen ninguna posibilidad de devolverlo. Es el caso de Fannie Mae y Freddie Mac en Estados Unidos, y de las “Cajas” españolas. No debe extrañar, entonces, el encumbramiento de la tasa de impagos o morosidad que en el caso español batió récords históricos. A continuación una gráfica sobre la morosidad en España a noviembre de 2012:
Tasa de Morosidad a noviembre 2012
La creación de dinero sobre la base de los préstamos que devengan interés ha sido uno de los imperativos del crecimiento en el actual modelo económico basado en la deuda. Pero como los préstamos excedieron la buena fe y los principios básicos de la sostenibilidad del capitalismo, tenemos la larga crisis que entra en su séptimo año. Si queremos lograr una sociedad sostenible y asegurar la supervivencia de la civilización, hay que reformular la importancia del dinero y reinventar un sistema financiero sin excesos y abusos.

Quién y cómo se crea el dinero?


Quién y ómo se crea el dinero?



El dinero es el medio de pago por excelencia en el mundo desarrollado. Sin embargo, no todo el mundo entiende realmente el significado de este, así como tampoco quién es el encargado de crearlo o cómo se crea en sí mismo. Todos hemos visto en alguna ocasión por televisión la imprenta que fabrica los billetes de la eurozona, pero ¿hay algo más detrás de este proceso?

Hace unos meses comentábamos en estas mismas páginas los resultados de una encuesta publicada por Positive Money, según la cual sólo el 13% de los encuestados sabían que los bancos comerciales privados son los que proporcionan la mayor parte del dinero en circulación e ignoraban conceptos como el coeficiente legal de caja o el multiplicador monetario, de ahí la importancia de analizar este tema con más detalle.
La oferta monetaria


Antes de explicar el proceso de creación de dinero, es fundamental aclarar qué es la oferta monetaria y qué tipos de dinero la forman. Cuando hablamos de oferta monetaria estamos haciendo referencia a la cantidad de dinero que hay en manos del público en un determinado momento. Pero, ¿dinero físico solamente? La respuesta es no.

La oferta monetaria tiene dos componentes: el dinero legal, que está formado por los billetes y monedas que constituyen el efectivo en manos del público; y el dinero bancario, que está formado por los depósitos que existen en los bancos y demás intermediarios financieros. Estos depósitos bancarios se dividen a su vez en tres tipos:


Depósitos a la vista: son aquellos de los que sus titulares pueden disponer inmediatamente tan sólo con la entrega de una orden de pago dirigida al banco o mediante una tarjeta de crédito.


Depósitos de ahorro: son aquellos de los que sus titulares pueden disponer inmediatamente, pero sin que sea posible hacerlo mediante cheques. Son los conocidos popularmente como "libretas de ahorro".


Depósitos a plazo: en este tipo de depósitos el titular se compromete a mantener el dinero durante un plazo fijo a cambio de una remuneración pasado este período.

Por consiguiente, la oferta monetaria está formada por el efectivo en manos del público (los billetes y monedas) y los depósitos. Para ser más exactos, la oferta monetaria se mide mediante los denominados agregados monetarios, que para la zona euro son tres, denominados M1, M2 y M3:


M1: Incluye los billetes y monedas en circulación más los depósitos a la vista.


M2: Incluye el M1 más los depósitos a plazo de hasta dos años y los depósitos disponibles con previos de hasta tres meses.


M3: Incluye el M2 más las cesiones temporales, las participaciones en fondos de mercado monetario e instrumentos de mercado monetario, y los valores de renta fija de hasta dos años emitidos por instituciones financieras.
El proceso de creación del dinero





Los billetes y monedas son emitidos por la autoridad monetaria competente, que generalmente es el banco central de cada país. En el caso de la zona euro, el encargado sería el Banco Central Europeo (BCE). Por tanto, la mayoría de la gente cree que son los bancos centrales los únicos encargados de crear dinero. Sin embargo, esto no es así: los bancos privados también son capaces de crear dinero, hasta el punto de que en la práctica el 95% del dinero es creado por la banca privada.

Tal y como os explicamos en el vídeo que hemos realizado junto a los compañeros de Magnet, cuando abrimos una cuenta corriente en un banco o en una caja de ahorros y depositamos dinero en él, el banco no guarda este dinero en una caja fuerte y le pone nuestro nombre, sino que lo presta a otra persona o a una entidad dando lugar al proceso de creación de dinero bancario. Obviamente, esto no significa que nosotros no tengamos ya ese dinero, pues podemos seguir haciendo uso de él, aunque no constituya más que un registro contable en el ordenador del banco.

De esta forma, el dinero físico que el banco presta a esa otra persona o entidad es utilizado para hacer frente a una serie de pagos, y quién recibe estos pagos suele depositarlo de nuevo en algún banco, de forma que al volver el dinero a los bancos, estos pueden volver a prestarlo a otra persona, por lo se vuelve a poner en circulación.

Dado que no es frecuente que las personas retiren sus ahorros de los depósitos bancarios, el proceso de creación de dinero es relativamente seguro. Además, las retiradas se compensan con nuevas entregas, lo que en definitiva da lugar a que el valor de los depósitos puede exceder ampliamente al efectivo que tienen los bancos.

Este proceso podría repetirse eternamente con más dinero cada vez en la economía, pero con el objetivo de evitar que exista más dinero del necesario en circulación y de que ello aumente la inflación, las autoridades monetarias no dejan a los bancos prestar todo el dinero que se deposita en ellos, sino que una parte de ese depósitos tienen que mantenerlo obligatoriamente en el banco. A esta parte se le denomina reserva.
El coeficiente de caja y el multiplicador monetario


La fracción de los depósitos totales de un banco que se mantiene como reservas es el denominado coeficiente de reservas, y su valor depende del comportamiento de los clientes del banco, es decir, de la frecuencia con la que utilizan el dinero aquellas personas que tienen depositado dinero en él.

Existe una proporción de reservas obligatorias sobre el total del dinero depositado en el banco. A esta proporción se le denomina coeficiente legal de caja. Por tanto, el coeficiente legal de caja es el porcentaje de dinero legal que, por imposición del banco central, el BCE en nuestro caso, mantienen inactivo las distintas entidades del sistema bancario para hacer frente a las posibles retiradas de dinero de sus clientes y por razones de interés general.

El inverso del coeficiente de reservas recibe el nombre de multiplicador del dinero, y nos indica cuánto varía la cantidad de dinero por cada euro de variación de la base monetaria. Por tanto, a menor cantidad de reservas, mayor será el multiplicador.

Con esto, la oferta monetaria de la que hablábamos antes podría expresarse utilizando el coeficiente de reservas como un múltiplo de la base monetaria, es decir:


Oferta monetaria = Base monetaria x (1/Coeficiente legal de caja);

Dónde la base monetaria es la suma del efectivo en manos del público y las reservas bancarias. > >

En definitiva, en el proceso de creación del dinero intervienen tres agentes: la autoridad monetaria, que crea la liquidez de base del sistema a partir de la cual los bancos crean el dinero; el sistema bancario, que expande el dinero creado; y el público, que decide la distribución del dinero.
Ejemplo de creación de dinero


Para entender el proceso de creación de dinero recurriremos a un ejemplo bastante simple. Supongamos un depósito en un banco por valor de 1.000 euros, con un coeficiente de caja del 20%. Si el banco aplica este coeficiente sobre el depósito, estará obligado a guardar 200 € como reserva y tendrá 800 € para seguir haciendo operaciones, como por ejemplo conceder un préstamo.

El que reciba el préstamo de 800 € lo utilizará de alguna forma, normalmente mediante efectivo o a través de tarjetas de débito, y quienes lo perciban (por ejemplo, como pago por una compra), lo devolverá probablemente al banco como depósito. De esta forma, el banco que reciba los 800 euros estará obligado a guardar 160 (el 20%) como reserva y podrá crear depósitos derivados por los 640 € restantes.

De nuevo, quienes reciban estos 640 € los utilizarán y quienes los perciban por algún concepto los colocarán en depósitos en el banco, de forma que el banco que lo reciba retendrá 128 € como reserva y podrá crear depósitos derivados por los 512 euros restantes.

Si continuamos con el proceso, reflejado en la tabla, resultaría como total de depósitos:


1.000 + 800 + 640 + 512 + 410 + 328 + 262 + ... = 5.000 euros

No obstante, es importante señalar que en la práctica el proceso no es tan exacto, ya que influyen variables como que el público solicite préstamos o no, que los bancos estén dispuestos a prestar dinero, o que apliquen un coeficiente de caja u otro, por ejemplo.

Lógicamente, cuanto más pequeño sea el coeficiente legal de caja, mayor será la expansión monetaria. Veamos, por ejemplo, el resultado de aplicar diferentes coeficientes:

Conclusiones

A modo de resumen, tal y como hemos analizado en este artículo, la creación del dinero se concreta en dos pasos:


El banco central de cada país, el BCE en nuestro caso, pone en circulación una cantidad determinada de dinero legal en forma de monedas y billetes.


El sistema bancario, al conceder préstamos, multiplica el dinero legal recibido porque este no llega a salir del mismo, sino que funciona mediante anotaciones en cuenta.

Por tanto, la oferta monetaria puede ampliarse de dos formas: aumentando la base monetaria mediante la emisión de nuevos billetes o monedas por parte de la autoridad monetaria; o aumentando la proporción de los depósitos que los bancos utilizan para realizar nuevos préstamos, es decir, reduciendo el coeficiente de reservas.

Fuentes | Economía. Editex - Economía. Anaya - Economía. McGrawHill

Rajoy endeuda a España por encima de sus posibilidades


Aún robando 40.000 millones de la Hucha de las Pensiones... Rajoy endeuda a España por encima de sus posibilidades



















El aumento de deuda se debe a las ayudas a la banca, no al gasto público

La deuda pública ha pasado de 358.425 millones (2008), a 688.231 millones (2012)





Sede del Banco de España en Madrid. FERNANDO SÁNCHEZ
Eduardo Garzón  redaccion@lamarea.com



Actualización (11:59 h. 27/06/2013): Gracias a un comentario de un lector, y a la ayuda de mi compañero de Attac-Madrid Carlos Sánchez Mato, he descubierto que en el cálculo presentado en este artículo no he tenido en cuenta un matiz metodológico que modifica los resultados hasta el punto de invalidar las conclusiones arrojadas. He escrito un nuevo artículo ccon la intención de aclarar en qué consiste ese matiz y actualizar los resultados
Todavía los hay que no son capaces de ver que si hoy día el Estado español presenta un elevado nivel de deuda pública (aunque todavía inferior al de otros países importantes, como Francia o Bélgica) es debido fundamentalmente a las ayudas públicas al sector bancario español (a cajas de ahorros, pero también a bancos) y a los desmedidos pagos por intereses de deuda pública, y no porque el Estado tenga un gasto corriente (gasto social, gasto en educación, gasto en sanidad, gasto en pensiones, gasto en administraciones…) excesivo.
Esto último es el mensaje que se transmite, a través de los grandes medios de comunicación, desde los grandes grupos económicos y políticos interesados en camuflar la crisis financiera y hacerla pasar por una crisis fiscal. Mensaje que, desgraciadamente, está calando en buena parte de la población.
Pero vamos a refutar esta falsa creencia.


A finalizar el año 2008, cuando en España todavía no se había ayudado con dinero público a ninguna entidad financiera, la deuda pública alcanzaba los 358.425 millones de euros (el 40,20% del PIB; un nivel más que razonable). A finales de 2012, esta cantidad casi se había duplicado al presentar 688.231 millones de euros (un 84,20% del PIB). Es decir, en cuatro años el volumen de deuda pública se incrementó en 329.806 millones de euros (un aumento del 44% del PIB) (1).
Vamos a ver ahora por qué se tuvo que endeudar tanto el Estado español. Por un lado, se endeudó para inyectar dinero en las entidades financieras. Por otro lado, se tuvo que endeudar para pagar los intereses de esa deuda que iba aumentando rápidamente. Por último, también se tuvo que endeudar para suplir los gastos corrientes que no cubría con los escasos ingresos fiscales (gasto social, gasto en educación, etc).
Calculamos primero la cantidad total de dinero tomó prestado el Estado para ayudar al sector financiero español (2).
En concepto de inyecciones directas de capital (consistentes en aportar dinero directamente a las entidades), el Estado español ha gastado 59.130 millones de euros.
En concepto de adquisición de activos (consistentes en comprarle a las entidades una serie de activos, como los tóxicos acaparados por el banco malo), el Estado español ha gastado 71.821 millones de euros.
En concepto de créditos por parte del ICO y del FROB (consistentes en otorgar préstamos a las entidades), el Estado español ha gastado 3.099 millones de euros.
En concepto de participaciones y bonos preferibles convertibles (consistentes en financiar a las entidades a través de títulos de renta fija), el Estado español ha gastado 2.033 millones de euros.
En total, desde 2009 hasta finales de 2012, el Estado español se ha endeudado en 136.083 millones de euros para ayudar al sector bancario. Esto supone que de todo lo que se ha endeudado el Estado desde entonces, un 41,26% ha sido para dárselo a las entidades financieras españolas.
Ahora veamos cuánto se ha tenido que endeudar el Estado para poder pagar los intereses de deuda pública que tiene que abonar cada año (3).
En 2009 el Estado tuvo que pagar 17.400 millones de euros; en 2010, 23.200 millones de euros; en 2011, 27.400; y en 2012, 28.848. Esto hace un total de 96.848 millones de euros. Es decir, de todo lo que se ha endeudado el Estado desde 2009, un 29,38% ha sido para dárselo a los acreedores de la deuda pública española en concepto de intereses.
El resto, 96.875 millones de euros, (un 29,36% de todo el aumento de deuda desde 2009) es la cantidad que ha tenido que tomar prestada el Estado para suplir sus gastos corrientes.
Grosso modo, y para hacernos una idea aproximada, podemos decir que desde 2009 a finales de 2012, la cantidad de deuda pública ha aumentado aproximadamente un 18% sobre el PIB debido a las ayudas a la banca; un 13% sobre el PIB debido al pago de intereses de deuda pública, y otro 13% sobre el PIB al gasto corriente que excede los exiguos ingresos fiscales.
En conclusión, el vertiginoso aumento de deuda pública no se debe al excesivo gasto público corriente, como reza el mantra al que nos tienen acostumbrados, sino que se debe a la acción conjunta de las ayudas a la banca –fundamentalmente–, al pago de intereses de deuda pública, y al gasto corriente que excede los escasos ingresos fiscales.
Notas:
(1) Datos de Eurostat. Disponibles en http://appsso.eurostat.ec.europa.eu/nui/print.do?print=true
(2) Todos los datos de ayuda a la banca son oficiales y han sido consultados en el magnífico documento realizado por el compañero de ATTAC-Madrid Carlos Sánchez Mato. Sánchez, C. (2013): Las ayudas públicas al sector bancario español. Disponible en http://matoeconomia.blogspot.es/img/aypub2012.pdf
(3) Datos recogidos de los libros amarillos de los Presupuestos Generales del Estado. Disponibles en http://www.sepg.pap.minhap.gob.es/sitios/sepg/es-ES/Presupuestos/PresupuestosEjerciciosAnteriores/Paginas/PresupuestosEjerciciosAnteriores.aspx
Más sobre el banco malo: http://eduardogarzon.net/en-que-consiste-un-banco-malo/
[Eduardo Garzón es autor del blog Saque de Esquina]




CONGRESO DE DIPUTADOS DE MADRID: 1.000.000 DE FIRMAS, DE VOTOS, POR TU PENSIÓN
CAMPAÑA 1.000.000 DE FIRMAS, DE VOTOS, POR TU PENSIÓN Los abajo firmantes, adquirimos el compromiso con nuestra firma, de no dar nuestro voto…
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