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L’attacco alle banche,essere timidi non serve


L’attacco alle banche,
essere timidi non serve



di Daniele Manca  


L’Italia è tornata a essere il malato d’Europa? Le cronache finanziarie raccontano di indici di Borsa in caduta, investitori e risparmiatori che giorno dopo giorno paiono interessati solo a liberarsi dei titoli bancari e segnatamente delle azioni di alcuni istituti di credito come il Monte dei Paschi. A leggere poi, i titoli di alcuni grandi quotidiani internazionali, i problemi dell’instabilità creata dal voto inglese e dalla Brexit, sembrano essere l’Italia e le sue banche, con i crediti incagliati che non riescono a riprendere dai clienti in difficoltà, genericamente indicati come “sofferenze”. La debolezza strutturale del nostro Paese è nota. Abbiamo un debito molto elevato, ad aprile aveva superato quota 2.230 miliardi. Cresciamo poco. E quel poco è anche in decelerazione come ci ha ricordato ieri l’Istat dopo aver già ridotto all’1,1% le stime di crescita previste originariamente all’1,4%, contro una previsione del governo dell’1,2%. E questo senza che l’istituto nazionale di statistica abbia considerato gli effetti del voto inglese. La Confindustria, che l’ha fatto, ha tagliato le stime allo 0,8%.


   
È per questo che altri Paesi che crescono di più e hanno meno debito, come la Spagna, paiono aver assorbito meglio il colpo. Ma perché attaccare le banche italiane? Per chi di mestiere fa quello di comprare e vendere tentando di anticipare possibili avvenimenti futuri, è stato quasi naturale farlo. Il cocktail che si presentava era perfetto. Con l’ombrello della Banca centrale europea che continua a comprare titoli di Stato (il «Quantitative easing», gli stimoli all’economia), tentare di guadagnare direttamente sullo spread tra i nostri Btp e quelli tedeschi è impossibile. Le banche che hanno molti titoli di Stato in pancia sono diventate un qualcosa dal quale allontanarsi. Con un elemento in più. Alcuni degli istituti italiani hanno molte «sofferenze». Avere in pancia molte sofferenze (che va ricordato in tanti casi riguardano aziende in difficoltà o famiglie che non riescono a restituire i crediti) significa non riuscire a garantirsi sufficienti profitti, avere necessità di nuovo capitale. È per questo che tra chi deve vigilare sulla solidità degli istituti (le autorità centrali) e le banche si innescano trattative affinché quelle considerate in bilico possono rimediare. In questa situazione c’è sicuramente l’italiana Mps ma anche altre banche europee.




La Brexit ha creato una situazione di forte instabilità e incertezza. È vero che al momento la Gran Bretagna non ha richiesto l’uscita dall’Europa (in base all’articolo 50 del Trattato di Lisbona sul recesso volontario di un Paese dall’Unione) e quindi le regole restano immutate. Ma a settembre, quando ci sarà il nuovo leader dei Conservatori inglesi questo potrà o dovrà accadere. Si potrebbero verificare i cosiddetti «scenari avversi», quelli in base ai quali i regolatori internazionali, vale a dire l’Eba, l’istituto impegnato nel garantire la stabilità finanziaria e che ha sede a Londra, testa la solidità delle banche. Ebbene, alcune di esse potrebbero non riuscire a garantirsi i profitti sufficienti per essere operativi. Due banche europee, la tedesca Deutsche Bank e lo spagnolo Santander, a fine giugno non hanno superato gli stress test negli Stati Uniti. I risultati di quelli della Ue arriveranno a fine luglio. Ma lo scenario nevrotico che in questi giorni sta caratterizzando il mercato la dice lunga sulla percezione del nostro Paese. È innegabile che siano stati fatti passi in avanti proprio in campo bancario (la riforma delle popolari e degli istituti di credito cooperativo). Che si stia procedendo a un consolidamento virtuoso (l’unione tra Banco Popolare e Bpm). La creazione del fondo privato Atlante con un intervento parziale della Cassa depositi e prestiti ha evitato la deriva su due istituti come Popolare vicentina e Veneto Banca.

L’Italia sta però pagando ritardi e rinvii, oltre che la non comprensione di quanto dietro, o meglio attaccati alle banche, ci siano milioni di famiglie e imprese. Le difficoltà di un istituto si riverberano immediatamente su di esse. Quando si parla di sofferenze, si sta parlando di questo. Il caso Mps è emblematico. Crediti tenuti in bilancio al 40 per cento del loro valore, il mercato li valuta la metà. E questo anche per una giustizia civile che rende lunghissimo il recupero di quei crediti, per un catasto (molti di quei crediti sono a fronte di immobili e capannoni) inefficiente. Vendere quelle sofferenze oggi significherebbe realizzare nuove perdite, avere bisogno di nuovi capitali. Il mercato, la speculazione, queste cose le sa. Lo sa anche l’Europa, con la quale stiamo trattando sulle regole, ma non pare disposta a mediare, incurante del fatto che alcuni focolai possano diventare un incendio. Quasi che la lezione greca non avesse insegnato nulla. L’Italia avrebbe bisogno di più tempo. Ma anche di molte meno timidezze.

ERC y la república catalans

ERC insiste ante Rajoy en la república catalana y le entrega un ‘pendrive’ con las grabaciones de Jorge Fernández Díaz
La reunión fue "cordial", muy breve –30 minutos– y a ninguno de los interlocutores le sorprendió la reacción del contrario. Tras reunirse con el líder del PNV, Aitor Esteban, Mariano Rajoy recibió en el palacio de la Moncloa a Joan Tardà y Gabriel Rufián, de Esquerra Republicana de Catalunya (ERC).
En la cita, según Tardà, no se produjo avance alguno. Eso sí, sirvió para constatar las diferencias entre ambos bloques y para que Rajoy y Tardà intercambiaran de forma más directa lo que durante toda la legislatura se han dicho desde la tribuna del Congreso de los Diputados. Tardà recordó a Rajoy los planes de proclamar la república catalana y dejó claro que las condiciones de ERC para una investidura de un presidente del Ejecutivo serían una agenda de políticas "socialdemócratas" y la convocatoria de un "referéndum a la escocesa, de respuesta binaria". Es evidente que este gobierno no va a existir.
En cita, ambos dirigentes aprovecharon para trasladarle a Rajoy un 'pendrive' con las grabaciones entre Jorge Fernández Díaz y el ya exdirector de la Agencia Antifraude de Cataluña desveladas por el diario Público. Lo único que sacaron de Rajoy al respecto es que este señalara que hay una investigación abierta. "Le hemos presentado un artilugio como este, este 'pen', con las grabaciones que todos conocen protagonizadas por el ministro del Interior y el director de la Agencia Antifraude de Cataluña", señaló mientras sostenía otro dispositivo. "Le hemos dicho que lo acaecido ha sido algo inadmisible", añadió. "Hemos querido ser muy claros y honestos y decirle que era inadmisible lo que había ocurrido", subrayó. "Le hemos dicho que somos un partido con 85 años de historia y que, hoy por hoy, la verdad es que estamos muy orgullosos de ser quizás el único partido –incluso podríamos suprimir el quizás– al que no se le conocen casos de corrupción", desveló.
Abstención del PSOE Según señaló, Tardà, salió de la Moncloa con la impresión de que Mariano Rajoy confía en que finalmente el PSOE acabará absteniéndose en su investidura. No obstante, quisó dejar claro que en ningún momento Rajoy se expresó sobre cuál cree que será la posición que adopte el partido de Pedro Sánchez. Sí les trasladó que ir a unas terceras elecciones sería un "fracaso" y que "no concibe" ese escenario.

"Los días en la Tierra están contados"


Stephen Hawking: "Los días en la Tierra están contados"

El físico británico participó en una charla en España, donde habló sobre su vida y se mostró pesimista sobre el futuro de la raza humana en la Tierra.

Stephen Hawking durante su conferencia en StarmusNasa



El físico británico Stephen Hawking se ha mostrado pesimista este miércoles sobre el futuro de la humanidad y ha pronosticado que su supervivencia pasa por viajar en el espacio debido al agotamiento que sufrirá la Tierra. "No creo que vivamos mil años más sin que tengamos que dejar este planeta", ha señalado en una conferencia celebrada en Tenerife, España, informa el periódico español 'El Mundo'.

El científico ha explicado que en estos momentos están pendientes de realizase varios experimentos que podrían acercar a la humanidad a otros planetas, como la cartografía de la posición de miles de millones de galaxias o la utilización de superordenadores para comprender mejor la posición de la Tierra. El futuro es un misterio, pero la supervivencia del ser humano pasa necesariamente por explorar el espacio.

"Nuestra imagen del universo ha cambiado muchísimo en los últimos 50 años y me alegra haber hecho una pequeña contribución", dijo Hawking.

"Los humanos —continuó el físico— no somos más que colecciones de partículas que, sin embargo, están cerca de comprender las leyes que nos gobiernan y ese es un gran triunfo".


Stephen Hawking: "Codiciosos" y "tontos" humanos destruyen el mundo

En un plano más personal, el científico contó que fue en sus años universitarios en Cambridge cuando empezó a darse cuenta de sus problemas de salud; no tenía facilidad para remar, ni para patinar sobre hielo y se deprimió al ver cómo empeoraba rápidamente y no sabía si iba a vivir lo suficiente para acabar su tesis. Fue el principio de la esclerosis lateral amiotrófica que padece, una enfermedad que le ayudó a ver que "cada nuevo día era una recompensa".

Asimismo, el físico hizo unas recomendaciones sobre cómo vivir. "Recuerden mirar a las estrellas y no a sus pies. Pregúntense qué es lo que hace que exista el universo. Tengan curiosidad. Y por muy difícil que pueda parecer la vida, siempre hay algo en lo que uno pueda triunfar. Lo importante es no rendirse jamás", sostiene Hawking.

la Unión Europea está siendo destruida

"Pocos ven que la Unión Europea está siendo destruida por sus socios estadounidenses"

"Los estadounidenses están contentos con la salida del Reino Unido de la Unión Europea", sostiene el analista Gueórgui Filimónov.



El hecho de que la Unión Europea "se esté cayendo a pedazos" ya "no sorprende a nadie", pero "pocos ven que la Unión Europea está siendo destruida por sus socios estadounidenses", escribe el analista Gueorgui Filimónov en un artículo para el diario 'Izvestia'.

El analista llama la atención sobre las declaraciones del multimillonario estadounidense George Soros, quien hizo caja tras el 'Brexit' y aseguró que la salida del Reino Unido de la unión hace que la desintegración del bloque "sea casi inevitable".

"Los poderosos siguen ganando"



Según Filimónov, Soros "ha hecho mucho para que el Banco de Inglaterra nunca se acercase a la zona del euro".

En este sentido, el experto recuerda que el 15 de septiembre de 1992, el fondo del inversor estadounidense vendió cerca de 5.000 millones de libras esterlinas a cambio de 15.000 millones de marcos alemanes. El día siguiente, conocido como el 'miércoles negro', la libra se despreció en un 2,52% frente al marco.

Soros ganó hasta 1.500 millones de dólares de un golpe y fue apodado 'el hombre que arruinó al Banco de Inglaterra', mientras que el Gobierno de John Major, incapaz de apoyar la moneda nacional, tuvo que salir del mecanismo europeo de tipos de cambio, un acuerdo que más tarde formó la base de la moneda única europea.

El político que vaticinó los graves e inmediatos efectos del 'Brexit' en Reino Unido

De esta manera, sostiene Filimónov, Soros y otros banqueros estadounidenses "no solo evitaron la peligrosa alianza del capital británico y alemán, resolviendo así los problemas geopolíticos, sino que también ganaron bastante dinero".

El experto hace hincapié en que hoy en día la cooperación entre Londres y Washington se desarrolla, entre otras cosas, en los mercados financieros, donde "se pueden obtener ingresos tanto de la caída como del aumento de los indicadores básicos".

Por lo tanto, prosigue Filimónov, mientras el principal indicador de la actividad empresarial en EE.UU., el índice Dow Jones, cayó en un 3,39% debido al 'Brexit', y el índice S&P 500 perdió un 3,30%, "los poderosos siguieron ganando".

Los estadounidenses, "contentos con la votación británica"

"Los estadounidenses están contentos con los resultados de la votación británica", opina el analista.

A su juicio, en este caso, el 'portavoz' de los intereses geopolíticos de Washington es el candidato presidencial republicano Donald Trump, cuyas declaraciones "corresponden a los postulados de los neoconservadores sobre la dominación mundial a través del debilitamiento de los demás centros de poder".

Tanto Trump, quien aplaudió la decisión de los británicos, como otros representantes de la élite estadounidense son conscientes del hecho de que el 'Brexit' es "tan solo el comienzo de un largo 'desfile de soberanías'", tanto dentro como fuera del Reino Unido, asegura Filimónov.


En el referéndum del 23 de junio sobre la permanencia del Reino Unido en la Unión Europea los partidarios de abandonar la unión consiguieron más de un millón de votos de diferencia y el 'Brexit' se impuso por un ajustado 51,9%.Mientras tanto, la salida del Reino Unido de la Unión Europea es una protesta "contra la política imprudente tanto del Viejo Continente como del Nuevo Mundo", provocada por el flujo sin fin de migrantes y la presión constante de los nuevos centros de toma de decisiones —Washington y Bruselas—, que protegen los intereses de la élite global y la burocracia europea "en lugar de los intereses nacionales de los ciudadanos británicos", concluye el experto.

Los 5 cambios que necesita EE.UU.

"El poder tiene límite": Los 5 cambios que necesita la política exterior de EE.UU.

La élite política estadounidense debe reconocer que sus métodos para "ayudar" a los pueblos supuestamente reprimidos han fracasado muchas más veces de las que han tenido éxito, sostienen expertos.

El problema más grande de la élite responsable de la política exterior de EE.UU. y los planes a menudo ilógicos e ineficaces que apoya se halla en una visión del mundo insostenible y defectuosa, afirma el exoficial del Ejército estadounidense, analista en seguridad nacional y política exterior, Daniel L. Davis, en su artículo publicado en el portal 'National Interest'.
"Muchos tanto en la derecha como en la izquierda en EE.UU. creen que el país tiene la obligación y la responsabilidad de ayudar a los que quieren tener democracia. Hay algunos problemas importantes con esta creencia", afirma el experto. Sobre todo, de acuerdo con Davis, es la misma definición de la palabra 'democracia', que no siempre representa la libertad al estilo americano.
El analista pone como ejemplo la llamada "liberación" del pueblo de Afganistán, de Irak de Saddam Hussein, después de Libia de Muammar Gaddafi y el apoyo a la primavera árabe. Y ahora, Washington pretende implementar la misma técnica en Siria e Irán. Sin embargo, ni uno solo de los países 'liberados' vive mejor hoy que antes, señala Davis. Al contrario, sus condiciones son rotundamente en peores.

"Todos deben saber que Obama y Hillary Clinton causaron el surgimiento del Estado Islámico"

Cambios obligatorios
El experto afirma que los estadounidenses tienen que hacer frente a esta desagradable realidad y entender que es obligatorio hacer cambios en la política exterior del país.

En primer lugar, según Davis, la elite de la política exterior "debe reconocer que EE.UU. no es un mago", y aceptar que "a veces nuestros deseos no se pueden cumplir en la realidad, el poder tiene límites".

"En segundo lugar, es necesario que haya un humilde reconocimiento de que nuestros métodos elegidos para ayudar han fracasado muchas más veces de las que han tenido éxito; nadie se beneficia si nuestra táctica en última instancia empeora las condiciones", señala.

En tercer lugar, de acuerdo con el analista, la elite de la política exterior debe estar dispuesta a aceptar que la voluntad de las personas en otros países "a veces se manifiesta en formas que encontramos difícil de aceptar", pero, sin embargo, "deben tener derecho de seguirlas".


Luchar contra los que combaten al EI o la política "esquizofrénica y oportunista" de EE.UU.


En cuarto lugar, hay que restablecer la diplomacia y devolver a la fuerza militar un papel subordinado en el manejo de las relaciones exteriores; tenemos actualmente una adicción nada saludable al uso de la fuerza letal para seguir nuestro camino, opina Davis.

En quinto lugar, es necesario reorientar las fuerzas armadas del país, cuyo propósito principal ahora es intervenir y ocupar otras naciones, a uno diseñado para garantizar la seguridad de la patria estadounidense, su espacio aéreo, su ciberespacio y las regiones costeras.

"Nuestro poder militar ha sido severamente debilitado en las últimas décadas por su degradación en el servicio de ocupación y lucha de contrainsurgencia sin fin. Como consecuencia la seguridad de EE.UU. es más débil. Hay que devolver el foco principal del Departamento de Defensa para contrarrestar las amenazas existenciales, manteniendo al mismo tiempo un fuerte enfoque secundario en la lucha contra las amenazas terroristas", concluyó el experto.

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